di Paolo Pagliaro
I giurati dell’Oxford Dìctionary decisero che la parola del 2016 era “post-verità” e in questi 10 anni le cose sono peggiorate. Una delle tecniche più efficaci della post-verità nell’era digitale è citare una minoranza rumorosa e presentarla come un sentimento diffuso. Si sceglie il commento più estremo e lo si tratta come rappresentativo.
Quando Leone XIV ha annunciato il nodulo al polmone e il ricovero al Gemelli, i social hanno reagito con un’ondata di affetto. L’analisi di Socialcom per Adnkronos ha contato 280mila conversazioni e quasi 6 milioni di interazioni in due giorni. Un vero e proprio "abbraccio digitale". La quasi totalità dei contenuti esprimeva empatia per il modo umano e trasparente con cui il Papa aveva comunicato la sua malattia. Eppure, sfogliando i giornali dei giorni successivi, si poteva credere che mezza Italia fosse insorta contro la “corsia preferenziale” riservata al Pontefice. Intere pagine sono state dedicate a qualche decina di post rabbiosi, senza che nessuno si chiedesse quanti fossero davvero e quanto pesassero sul totale.
Perché i grandi giornali ci cascano? C’è anzitutto la pigrizia: in redazioni sempre più ridotte, pescare tre commenti da facebook costa dieci minuti, mentre misurare un fenomeno richiede strumenti e competenze. Poi c’è la logica del conflitto. “Gli italiani vicini al Papa” non fa notizia, “il Papa nel mirino degli hater” sì. L’indignazione genera clic, e i clic producono investimenti pubblicitari. Infine c’è l’illusione ottica degli algoritmi, che premiano i contenuti più divisivi. Per il giornalismo succube dei social la strada è in salita.





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